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Lo Zen E L’arte Della Manutenzione Della Motocicletta

Robert M. Pirsig and D. Vezzoli

Revisited February 1, 2026 at 4:56 AM

In Progress philosophy

Highlights

  • L’eterno «Che c’è di nuovo?» allarga gli orizzonti, ma se diventa l’unica domanda rischia di produrre solo i detriti che causeranno l’ostruzione di domani. Mi piacerebbe, invece, interessarmi alla domanda «Che c’è di meglio?», che scava in profondità invece che in ampiezza.
  • Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore.
  • Non avevo controllato bene perché davo per scontato che fosse stata la pioggia a causare un guasto al motore. Allora non capivo com’erano stupide le supposizioni affrettate come quella.
  • Ma l’indizio più significativo era la loro espressione. È difficile da spiegare. Un’aria bonacciona, amichevole, accomodante – e non coinvolta. Sembravano degli spettatori.
  • E mi venne in mente che non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato.
  • frettoloso. La fretta è di per sé un atteggiamento velenoso da ventesimo secolo, che tradisce indifferenza e impazienza.
  • A volte, comunque, se ti ci metti d’impegno, da questi piccoli dissapori puoi risalire a rivelazioni sbalorditive. Ricorsi alla mia abitudine di considerare le cause e gli effetti, e quello che emerse dapprima in forma vaga, poi con contorni più marcati, fu che io avevo visto quello spessore in un modo intellettuale, razionale e cerebrale che teneva conto di tutte le proprietà scientifiche del metallo. L’approccio di John, invece, era immediato e intuitivo, come quello che ha con la musica. Io vedevo cosa quello spessore significava. Lui vedeva cos’era. È così che arrivai a capire quella diversità. E in questo caso, vedere che cos’è uno spessore è deprimente. A chi può andar bene l’idea di una splendida macchina di precisione aggiustata con un rottame?
  • Fedro, significano quanto segue: un’intelligenza classica vede il mondo innanzitutto in quanto forma soggiacente. Un’intelligenza romantica lo vede innanzitutto in termini di apparenza immediata.
  • Non potremmo mai prendere coscienza di tutto e ricordare tutto perché la nostra mente si riempirebbe di tanti di quei dettagli inutili che non riusciremmo più a pensare. Dobbiamo scegliere, e il risultato di tale scelta, che chiamiamo ‘coscienza’, non è mai identico alle percezioni, perché il processo di selezione le cambia. Noi prendiamo una manciata di sabbia dal panorama infinito delle percezioni e la chiamiamo mondo.
  • Ma, ciò che è meno evidente, nelle arti qualcosa viene anche creato, ed è questa la cosa più importante. È come un ciclo continuo di morte e nascita che non è né buono né cattivo, ma semplicemente è.
  • ogni altro scopo. La gente va in fabbrica e dalle otto alle cinque si dedica senza fiatare a mansioni assolutamente prive di senso, perché la struttura esige che sia così. Non c’è nessun ‘cattivo’ che li vuol costringere a vivere delle vite senza senso, è solo che la struttura, il sistema, lo esige, e nessuno è disposto ad assumersi l’arduo compito di cambiare la struttura solo perché non ha senso. Ma smantellare una fabbrica, o ribellarsi contro un governo, o rifiutarsi di riparare una motocicletta solo perché essa è un sistema, è attaccare gli effetti invece delle cause. Il sistema vero è la nostra costruzione del pensiero sistematico, la razionalità stessa, e se si smantella una fabbrica lasciando in piedi il sistema di pensiero che l’ha prodotta, questo non farà che dare origine a un’altra fabbrica.
  • Gli enunciati logici da annotare sul quaderno sono da dividere in sei categorie:
    1. Enunciato del problema.
    2. Ipotesi sulle cause del problema.
    3. Esperimenti destinati a verificare ciascuna ipotesi.
    4. Risultati probabili degli esperimenti.
    5. Risultati effettivi degli esperimenti.
    6. Conclusioni sulla base dei risultati degli esperimenti. Questa elaborazione non
  • alla natura. Lo scienziato televisivo che borbotta tristemente: «L’esperimento è un fiasco; non siamo riusciti a ottenere quello che speravamo» è vittima di un copione scadente. Un esperimento che non ottenga i risultati previsti non è un fiasco. Lo è solo quando non fornisce alcuna conclusione valida, in un senso o nell’altro, rispetto alle ipotesi di partenza.
  • «Lo stato mentale che permette a un uomo di fare un lavoro del genere è quello del credente o dell’amante. Lo sforzo quotidiano non è sostenuto da un’intenzione o da un programma prestabilito, ma sgorga dritto dal cuore».
  • Ma eccola lì, l’intera storia della scienza: una nitida storia di spiegazioni sempre nuove e mutevoli di fatti vecchi.
  • Sembrava che la longevità delle verità scientifiche fosse inversamente proporzionale all’intensità dello sforzo scientifico: le verità scientifiche del ventesimo secolo, a quanto pare, durano molto meno di quelle del secolo scorso, perché l’attività scientifica ora è molto maggiore.
  • If we imagine all human knowledge as a large hierarchical structure, we can say that at the summit are the peaks of the mind, meaning the most abstract and general thoughts. Few people venture to these heights of thinking. From these intellectual explorations we gain no practical advantage or concrete profit, yet these peaks possess an austere and severe beauty that, just like real mountains, justifies for many the effort and strain needed to reach them. The peaks of the mind represent the inversion of the 80/20 principle: they require maximum intellectual effort for minimum practical return.
  • Per seguire Kant bisogna aver capito anche il pensiero di Hume. Hume aveva affermato questo: se, per determinare la vera natura del mondo, ci si attiene strettamente alle regole logiche dell’induzione e della deduzione, fondate sull’esperienza, si deve giungere a determinate conclusioni. Il suo ragionamento si sviluppava secondo le traiettorie che risulterebbero dalla risposta a questa domanda: prendiamo un bambino privo dalla nascita di tutte e cinque le facoltà sensoriali, e supponiamo che venga nutrito per via endovenosa e mantenuto in vita in questo stato fino a diciotto anni. Ci si può allora chiedere: questa persona di diciotto anni ha un pensiero in testa? E se sì, da dove gli arriva? Hume avrebbe risposto che il diciottenne non aveva pensieri di sorta, e dando questa risposta si sarebbe definito un empirista, uno che crede che tutta la conoscenza derivi esclusivamente dai sensi. Il metodo scientifico della sperimentazione è empirismo attentamente controllato. Il buon senso odierno è empirismo, dato che la stragrande maggioranza concorderebbe con Hume, benché in altre culture e in altri tempi la maggioranza avrebbe potuto non essere d’accordo.
  • chiedersi: da quali dati sensoriali ci deriva la nostra consapevolezza del rapporto tra causa e effetto? In altre parole, qual è la base empirica e scientifica della causalità? La risposta di Hume è: «Nessuna». Nelle nostre sensazioni non c’è nessuna prova della causalità. È un rapporto che immaginiamo quando a un fenomeno ne segue con una certa regolarità un altro. Non ha un’esistenza reale nel mondo che osserviamo. Se si accetta la premessa che tutta la conoscenza ci deriva dai sensi, dice Hume, allora bisogna concludere logicamente che sia la «natura» sia «le leggi della natura» sono creazioni della nostra immaginazione.
  • «Benché tutta la conoscenza inizi con l’esperienza, non ne segue necessariamente che essa derivi dall’esperienza».
  • Kant dice che ci sono aspetti della realtà che non sono forniti immediatamente dai sensi e questi aspetti li chiama a priori. Il «tempo», per esempio, è un a priori. Non si vede, non si sente, non si odora, non si gusta, non si tocca. Il tempo è quello che Kant chiama un’«intuizione», che la mente fornisce quando riceve il dato sensoriale.
  • Quella che noi consideriamo realtà è una sintesi continua tra gli elementi di una gerarchia fissa di concetti a priori e i dati sempre mutevoli dei nostri sensi.
  • La tesi di Kant che i nostri concetti a priori sono indipendenti dai dati sensoriali e passano al vaglio quello che vediamo, Kant la chiama una «rivoluzione copernicana».
  • sicumera
  • In tutte le religioni orientali viene attribuito un grande valore alla dottrina sanscrita del tat tvam asi, «tu sei ciò», secondo la quale quel che si pensa di essere e quel che si pensa di percepire sono tutt’uno.
  • Ma questa Università, l’ente legale, non può insegnare, non produce nuovo sapere e non vaglia le idee. È solo un edificio, la sede della chiesa, il luogo in cui son state create le condizioni favorevoli a che la vera chiesa potesse esistere.
  • Il fine ultimo dei professori, però, non è mai quello di servire prioritariamente la comunità, ma di mettere la ragione al servizio della verità.
  • Non ci si consacra mai a una causa in cui si ha piena fiducia. Nessuno si mette a gridare fanaticamente che domani sorgerà il sole. Quando qualcuno si dà anima e corpo a una fede politica o religiosa o sostiene fanaticamente qualche altro tipo di dogma o di meta, è sempre perché essi sono un po’ vacillanti.
  • «Ora il professore vi illustrerà». «La pace mentale non è affatto un dettaglio superficiale» illustro. «È la cosa fondamentale, e senza una buona manutenzione, non c’è pace mentale. Quella che noi chiamiamo efficienza della macchina non è che il concretarsi di questa pace mentale. Il criterio ultimo è sempre la vostra serenità. Se non siete sereni quando incominciate a lavorare, e andando avanti continuate a non esserlo, rischiate di trasferire i vostri problemi personali sulla macchina».
  • Ma se ci sforziamo di cancellare la nostra conoscenza attuale delle conseguenze del suo viaggio e ci mettiamo nei suoi panni, ci rendiamo conto che la nostra esplorazione della luna è una bazzecola in confronto alla sua impresa. L’esplorazione della luna non implica un radicale ampliamento del pensiero, perché non è che una ramificazione di quanto fece Colombo.
  • E alla ragazza non veniva in mente niente perché nulla di quello che ricordava valeva la pena di essere ripetuto. Stranamente, non si rendeva conto che poteva guardare le cose coi propri occhi senza tener conto di quello che avevano detto gli altri. L’aver limitato l’argomento a un solo mattone aveva annientato il blocco, perché in quel caso le osservazioni non potevano essere che sue.
  • Gli studenti di fronte ai quali lo lesse non avevano però dalla loro due settimane di riflessione sull’argomento, ed erano piuttosto ostili all’idea di eliminare voti e diplomi. Questo non le fece né caldo né freddo, anzi la sua voce assunse un fervore religioso. Pregò i compagni di ascoltare, di capire che era davvero giusto. «Non lo dico per lui,» disse lanciando un’occhiata a Fedro «ma per voi».
  • Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento. Poi, quando smetti di pensare alla meta, ogni passo non è soltanto un mezzo, ma un evento fine a se stesso. Questa foglia ha l’orlo frastagliato. Questa roccia è instabile. Da qui la neve è meno visibile, benché più vicina. Queste sono cose che dovresti notare comunque. Vivere soltanto in funzione di una meta futura è sciocco. È sui fianchi delle montagne, e non sulla cima, che si sviluppa la vita.
  • Qualsiasi sforzo abbia come obiettivo finale l’autoglorificazione è destinato a concludersi in un disastro. Infatti ora ne scontiamo le conseguenze. Quando si prova a scalare una montagna per dimostrare la propria bravura, è raro che si arrivi alla vetta. E anche se ci si arriva è una vittoria ben meschina. Per consolidarla bisogna continuare a misurarsi, incessantemente, condannati ad aderire per sempre a una falsa immagine di sé, ossessionati dalla paura che l’immagine non sia vera e che qualcuno lo scopra.
  • Ma lo scalatore tutto proteso verso il proprio ego è come uno strumento fuori fase. I suoi passi sono troppo affrettati o troppo lenti. Con ogni probabilità uno scalatore così perde la bellezza della luce che filtra tra gli alberi. Rifiuta il qui, ne è scontento, vorrebbe essere più avanti ma quando ci arriva è altrettanto scontento, perché anche là diventa «qui». Quello che sta cercando, quello che vuole, è tutto intorno a lui, ma lui non lo vuole, proprio perché ce l’ha tutto intorno. Ogni passo è uno sforzo sia fisico sia spirituale, perché egli immagina che la sua meta sia esterna e distante.
  • D’altra parte, se la Qualità è soggettiva, ed esiste solo nell’osservatore, vuol dire che essa non è nient’altro che il nome che dài a quello che piace a te. In sostanza, il Dipartimento di Inglese del Montana State College aveva messo Fedro davanti a quell’antica figura logica nota come dilemma. Il dilemma, che in greco significa «due premesse», è stato paragonato alle corna di un toro.
  • Sapeva trattarsi di una concezione scientifica ingenua, e la attaccò per prima, valendosi della reductio ad absurdum. Questa forma di confutazione si basa sul fatto che se le conclusioni logiche che derivano da un insieme di premesse sono assurde, ne segue logicamente che almeno una delle premesse è assurda. Esaminiamo dunque, egli disse, che cosa segue da questa premessa: «qualsiasi cosa che non sia composta di massa-energia è irreale o di scarsa importanza».
  • «Non basate le vostre decisioni sul fascino superficiale e romantico, senza prendere in considerazione la forma classica soggiacente».

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